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MATTHEW LEE, IL PIANOFORTE HA FAME DI ROCK

LA STORIA DI MATTHEW LEE

pubblicato da lorenzo bacci

Cacciato dal Conservatorio, da sempre spirito ribelle e rock and roll, ma guai a dimenticare il romanticismo. «Ogni tanto un bel pezzo di Marco Masini ci vuole», racconta con il sorriso Matthew Lee, all’anagrafe Matteo Orizi, pianista e cantante pesarese, classe ’82, che con il suo stile alla Jerry Lee Lewis sta conquistando il mondo, tanto da essere definito dalla stampa internazionale “il genio del rock and roll”. Bretelle, camicia, giacca di pelle, capelli tirati all’indietro, tratti distintivi di uno stile rockabilly che «è vita, amore per il ritmo. Le mode non c’entrano – precisa con sicurezza Matthew -. A undici anni mi sono iscritto al Gioachino Rossini di Pesaro per imparare a suonare il piano, ma la musica classica non faceva proprio per me. Mio padre mi fece ascoltare dei pezzi di Elvis Presley e così capii quale era la mia strada. Volevo ballare e scatenarmi. Insomma, volevo il rock and roll». Nei suoi show il musicista si lascia trasportare dal ritmo arrivando a suonare il piano con i piedi, con i gomiti e perfino girato di spalle, il tutto condito da un’atmosfera vintage per nulla polverosa, ma ricca di entusiasmo e freschezza. Vietato state seduti sulle sedie. «Mi piace unire la parte musicale a quella performativa, la tenuta del palco è fondamentale – continua – Un concerto deve essere uno spettacolo a tutti gli effetti in cui la musica scorre in modo potente e trasmette una scarica al corpo, spingendo il pubblico a ballare. Nei miei live propongo grandi classici del rock riarrangiati, oltre a brani del mio nuovo album». La svolta alla carriera è arrivata molto presto. «Penso a quando a vent’anni andai in televisione con Renzo Arbore o al concerto di Capodanno del 2005, a Roma, davanti a 150mila persone – ricorda il giovane – da quel momento ho iniziato a girare il mondo con la mia musica. Mi sono circondato di professionisti e i risultati stanno arrivando. In Italia abbiamo dei musicisti straordinari che possono fare la differenza anche a livello internazionale. Nel solco di questa consapevolezza ho pubblicato anche una cover di Edoardo Bennato, “L’isola che non c’è”, che mi sta portando molta fortuna». E i punti di riferimento? «In questo periodo in macchina ho tantissimi dischi country e folk americani. E poi non può mai mancare un disco di Keith Urban», svela Matthew. Chi l’ha detto che il mercato vede sempre e comunque trionfare il pop? «Le battaglie fra i generi musicali lasciano il tempo che trovano – conclude – però faccio questo ragionamento: prendiamo per esempio gli Ac/Dc, in radio sono trasmessi molto meno rispetto a celebri band pop sulla cresta dell’onda negli ultimi anni, eppure sono fra i gruppi che hanno venduto di più nella storia della musica. E le persone li amano ancora oggi. C’è fame di rock, tantissima fame di rock».

Fonte: ilgiornale